Per il sesto album degli Strange Flowers mi aspettavo una roba col botto. Non lo nego, sono un po’ deluso, soprattutto dopo il mezzo passo falso del disco precedente (qui la recensione), il quale, a loro dire, non era colpa loro. Ci ho sperato e continuerò a sperare in questa band che, ai margini della musica indipendente italiana, ai margini della scena (scena?) garage, continua a sfornare dischi quantomeno personali e fatti con cuore e cervello.
Ma la mia impressione è che gli stranifiori si siano arenati. Non mancano certo le canzoni buone, in questo disco (come nel precedente), ma francamente inizio a pensare che facciano dischi per inerzia, sembra quasi un “marcare il cartellino” in onore dei Beatles..
Non voglio ripetere ciò che scrissi del disco precedente, ma i suoni non mi piacciono e la scrittura delle canzoni tende sempre al prolisso (non so se sono peggiorati o se è calata la mia soglia di tolleranza, ma l’effetto che mi fanno è quello). E’ un peccato, perché hanno una sensibilità pop non da tutti: ad esempio “Mary Ann’s Dream Factory” è una gemma che potrebbe brillare in maniera accecante, e, lo dico, non avrebbe sfigurato nella top ten inglese del 1995, e così pure l’iniziale “Hemerick G.” e la conclusiva “The Mouse On The Shore”. Odio vedere un dono così prodigioso venire usato in maniera tanto superficiale. O forse sono io che non riesco ad accettare gli Strange Flowers per ciò che sono, non lo so.
Una cosa comunque la so per certo: non può essermi antipatica una band come loro. Mi ricordano, concettualmente, i Miracle Workers, che si distaccarono dalle convenzioni tipiche del garage punk per spiccare il volo, con risultati a volte brillanti, a volte opinabili, ma sempre alla ricerca di una propria identità FUORI dal gruppo. E per questo ho fatto voto da tempo di amarli sempre, nel bene e nel male. Pare poco?