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Staypunk.it - Recensione: UN QUARTO MORTO GOES TO AUSTRALIA -
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UN QUARTO MORTO GOES TO AUSTRALIA -

A cura di Fra

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www.myspace.com/unquartomorto

IL PRIMA – I biglietti li abbiamo comprati con 8 mesi di anticipo, ma si tratta dell’unico modo per potersene andare dall’altra parte del mondo a prezzi che non implichino un mutuo vitalizio. Questo, però, significa che ad aprile 2010 eravamo già certi che ci sarebbe stato un tour australiano nel successivo inverno: davvero una gran cosa da sapere. Il buon Tommy di Good Times Records ci aveva già al tempo garantito che saremmo riusciti a trovare una quindicina di date in pochi mesi e, incredibile ma vero, in autunno il tourplan era già completo di tutte e 15 le date. Così all’alba del’11 dicembre 2010 eccoci qui, siamo cinque persone infreddolite disposte lungo i binari della stazione di Fano, in attesa del treno per Fiumicino, consapevoli che saremo arrivati alla nostra reale destinazione solo un paio di giorni dopo, in un posto dove le pesanti giacche a vento e le sciarpe ci sarebbero tornate del tutto inutili, visto che si andava verso la piena estate.



IL DURANTE – Questa parte del report non seguirà alcun ordine cronologico, e non sarà nemmeno incentrata sui concerti, visto che l’andare dall’altra parte del mondo comporta l’opportunità di poter vedere cose davvero troppo singolari per poi tornare e trovarsi a raccontare dei concerti fatti: ci sono di certo cose molto più stimolanti di cui poter parlare. Quindi ecco l’Australia, per come io l’ho vissuta: la prima cosa che mi ha colpito è la grande cultura dell’accettazione che ho riscontrato nelle persone. Innanzitutto l’Australia è un continente con un tasso altissimo di melting pot, che apparentemente funziona benone (mi è anche parso che gli australiani provino un forte senso di colpa quando si accenna allo sterminio aborigeno, per cui tendono ad essere di indole piuttosto “aperta”), quindi non solo c’è una discreta tolleranza, ma c’è una proprio cultura dell’accettazione delle diversità davvero notevole, per intenderci quella che consente ad un ragazzo con cresta e piercing in viso di lavorare in un ufficio postale e vendere francobolli ad una vecchina sorridente, o che permette ad una ragazza rasta di fare la promoter commerciale in un ipermercato, o che ci ha dato modo di “scroccare” diversi passaggi in auto senza nemmeno averli chiesti, visto che, al solo chiedere indicazioni per la fermata di un bus, si rimediava un passaggio in auto da qualcheduno. Beh, cose che da noi non succedono, o non più almeno.

In Australia d’estate è davvero tanto caldo, il sole picchia fortissimo e il buco dell’ozono è proprio sopra la tua testa, per cui ci vuole sempre una crema ad altissima protezione per difendersi dai malvagi raggi ultravioletti, nonché occhiali da sole e cappellino. Occorre proteggersi. Spesso gli australiani fanno anche il bagno nell’oceano con maglietta e shorts addosso, che tenendo conto anche della rifrazione dell’acqua ci si abbrustolisce. Ovviamente il bagno si fa solo nelle zone dove è consentito farlo, ovvero tra due bandiere poste sul bagnasciuga, altrimenti i rischi maggiori sono le correnti trascinanti e delle bestie acquatiche di ogni sorta (meduse giganti, squali, coccodrilli d’acqua salata). Tipica attività da spiaggia è il cricket, che è di gran lunga più divertente da giocare che da guardare, noi ci abbiamo giocato un intero pomeriggio nel giorno di natale (per smaltire un pranzo abnorme!) fino a quando un cane ci ha lacerato la pallina nel tentativo di unirsi al match. Una volta che si va via dalla spiaggia, non esiste il problema di dover recuperare i propri sandali spersi nella sabbia, visto che la gran parte degli australiani ama andare in giro scalza: al supermercato, in banca, in casa. Va bene così, la legge gli consente anche di guidare scalzi (ovviamente la guida è a destra però, resta pur sempre un ex-colonia inglese!). Io di andare in giro scalzo non me la son proprio sentita, non tanto per imbarazzo derivante dall’imprinting culturale, ma più per pura paura dei simpatici insetti e rettili che quel continente dispensa, tanto nei parchi quanto in città. I ragni hanno le dimensioni di una mano umana spalancata, l’equivalente delle nostre lucertole sono sostanzialmente dei dinosauri in miniatura, i pipistrelli hanno l’apertura alare di un gabbiano e, quando si appoggiano ad un ramo, il ramo scende giù sotto il loro peso. Altri animali notevoli sono i pellicani, che abbondano lungo le spiagge, ed i più tradizionali koala e canguri. Il varano lo ho visto solo in una riserva, il dingo non sono riuscito a vederlo e rosico tantissimo per questo, i diavoli della Tasmania manco per sogno. Devo tornare a completare la mia missione. 

In compenso una volta abbiamo suonato in un paesino fluviale (dove vive una grande comunità scozzese) chiamato MacLean, il concerto era in una casa privata di un ragazzo (situazione piuttosto abituale in Australia!), casa locata discretamente in campagna, ci siamo fermarti a dormire nella sala concerti (ovvero la taverna sotterranea) e la mattina seguente i nostri due driver e compari di viaggio (che si sono svegliati un po’ prima di noi) ci hanno tolto di dosso una decina di serpenti grazie ad un bastone, visto che ci stavano camminando sopra. Ovviamente noi non ci siamo accorti di nulla, siamo venuti a sapere di tutto ciò la sera, quando già eravamo a Gold Coast City.

A proposito di location, ci è capitato di suonare pressoché ovunque: case private, negozi di dischi, locali, una sorta di officina di biciclette e, udite udite, una sex room piena di giocattoli curiosi. A Canberra ci ha organizzato il concerto un wrestler semi-professionista, nome di battaglia El Porro, che ci ha accolto con la maschera da luchador e la tuta rossa e nera, sia io che Filo ci siamo cimentati contro di lui ma entrambi siamo stati schienati in un giardino. Un sogno! Menzione speciale per lui anche per i salti con acrobazie che compiva dalla finestra durante il nostro concerto, cose notevoli. A Melbourne ci siamo volutamente presi un day off quasi ad inizio tour, day off in cui io sono andato a vedermi i Descendents, perché dovrebbe essere illegale organizzare altri concerti punk nella stessa città in cui stanno suonando i Descendents. Che bomba!



In Australia l’alcol non si vende nei supermercati, per cui occorre comprarlo nei vari liquid shop (che hanno prezzi comparabili ai nostri bar) e questo ci ha comportato qualche spesa in più del previsto. I vini australiani sono ottimi, l’assortimento non è vastissimo ma la qualità è eccellente. E poi durante la giornata non puoi non berti un paio di birrette, il sole picchia troppo forte. Per il resto il costo della vita quotidiana è pressoché comparabile al nostro, si risparmia (e di grosso!) solo sulle cose che incidono fortemente, tipo costo delle case (per lo più in legno), costo dell’auto o benzina. Però gli australiani non sanno cosa sia la disoccupazione e hanno redditi che noi ce lo sogniamo. Beh insomma, lì la crisi non sanno nemmeno che significa. Un’altra cosa divertente è che, a pensarci bene, gli australiani sono numericamente pari ad un terzo della popolazione italiana, però vivono in un continente notevolmente più esteso di tutta l’Europa. Questo implica tanto spazio disponibile, quindi un’altissima percentuale di case che si estendono su un solo piano, con giardinetto in fronte e ampio giardino sul retro.

Le persone usualmente staccano il lavoro intorno alle 18, mangiano qualcosa in giro (mangiare in casa non è affatto tipico, in giro trovi di tutto a prezzi ottimi!) e poi vanno dritti ai concerti, visto che comunque lo standard è iniziare a suonare entro le 19 per finire entro le 22: questo consente alle persone di poter andare a vedere concerti tutte le sere conciliando benissimo con il lavoro. Infatti abbiamo avuto un sacco di concerti infrasettimanali sovraffollati, e a questo non ci eravamo proprio abituati. C’è stata anche tanta gente che è venuta a vederci in diverse occasioni (c’è chi si è fatto 3 o 4 date di seguito!), degli eroi, non c’è che dire… E, alla fine, gli australiani sono anche dei discreti animali da festa: questo è stato decisamente buono per noi!

 

IL DOPO – Siamo tornati in Italia il 4 gennaio, dopo aver fatto lo stesso volo dell’andata, inframezzato quindi dagli scali negli aeroporti di Nuova Dheli (quanti controlli! Quanti militari!) e Tai Pei (che bei bagni!). Indossare di nuovo le giacche a vento, dopo tre settimane di calure, sembra un incubo. Poi non ci siamo più incontrati tutti assieme per qualche giorno, e quando ci siamo rivisti abbiamo deciso di scioglierci per una serie di ragioni difficili da spiegare, ma evidentemente significative. Lo scorso 19 febbraio abbiamo suonato il nostro ultimo concerto, qui a Fano, la nostra città: ci sembrava la cosa più semplice e genuina da fare, dopo un tour così lontano.

Ora stiamo tutti aspettando che arrivi il prossimo luglio, perché non vediamo l’ora che il buon Tommy di Good Times venga a trovarci qua in Italia. Personalmente, sto già facendo la lista dei posti più belli in cui potrei portarlo, perché pareggiare la bellezza australiana non è affatto facile: visto che a livello paesaggistico vincono decisamente loro, credo che la dovrò buttare sull’artistico, sennò è finita. Insomma, questa dell’Australia è stata davvero un’esperienza enorme (spero di averla saputa minimamente raccontare), ed è anche stata la nostra ultima avventura come Un Quarto Morto: onestamente un finale che ci rende orgogliosi di tutto quello che siamo riusciti a fare in questi anni assieme.

 www.myspace.com/unquartomorto










I VOSTRI COMMENTI
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Ci è capitato di suonare pressoché ovunque: case private, negozi di dischi, locali, una sorta di officina di biciclette e, udite udite, una sex room
 
 
 
 
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